IRONIA CONTEMPLATIVA

IRONIA CONTEMPLATIVA

martedì 22 ottobre 2013

FBI A CACCIA DEI BITCON

Silk Road, i federali a caccia dei Bitcoin


Gli agenti non riescono a bloccare la fortuna personale di Ross Ulbricht, tutta in criptomonete. E gli ex-utenti del borsino del deep-Web provano a riorganizzarsi per riaprire i battenti altrove



bitcoin, la moneta elettronica


Roma - Dopo la chiusura di Silk Road, gli agenti dell'FBI sembrano brancolare nel buio digitale alla ricerca di milioni di criptomonete accumulate dal giovane kingpin Ross William Ulbright. La fortuna personale di Dread Pirate Roberts - un volume di commissioni per 600mila Bitcoin, l'equivalente di 80 milioni di dollari - resta inaccessibile ai federali statunitensi, che vorrebbero conservare il denaro illecito fino alla fine del processo, per poi usarlo per coprire eventuali risarcimenti.

All'indirizzo blockchain.info, il volume complessivo della criptomoneta sequestrata all'impero di Silk Road - più di 1,2 miliardi di dollari il suo giro d'affari in tutto il mondo - si assesta intorno ai 27mila Bitcoin. Non si tratta però del patrimonio personale di Ulbright, bensì di denaro legato alle transazioni effettuate dai vari utenti del celebre mercato nero del deep web. 

Numerosi account hanno iniziato a versare minuscole quantità di denaro elettronico con l'aggiunta di messaggi di scherno o politici contro i protagonisti della vicenda. Ad esempio, qualcuno ha consigliato a Dread Pirate Roberts di chiamare Saul, famoso legale della serie Breaking Bad. Altri hanno messo in piedi iniziative più concrete per raccogliere denaro da investire in una nuova Silk Road, ingiustamente sequestrata dalle autorità statunitensi per la presenza (solo in parte) di sostanze illecite.
Brandon LeBlanc, il vero difensore (d'ufficio) di Ulbricht, ha chiesto al giudice californiano ulteriore tempo per preparare al meglio la proposta per il rilascio su cauzione del giovane. Lo stesso Ulbricht ha negato le accuse di riciclaggio e spaccio di sostanze stupefacenti, ma la corte teme che l'imputato possa fuggire all'estero.

venerdì 18 ottobre 2013

L'ENFORCEMENT TRICOLORE E' INCOMPATIBILE CON LA LEGISLAZIONE EUROPEA

Copyright, dibattito su AGCOM



Presentati alcuni disegni di legge per fermare l'Autorità di Via Isonzo e il suo discusso schema di regolamento sulla tutela del diritto d'autore.


Roma - Alla Camera dei Deputati, una lunga giornata per discutere sul nuovo schema di regolamento adottato dall'Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni (AGCOM) nella tutela del diritto d'autore sulle reti di comunicazione elettronica. Firmata da Francesco Palermo (Gruppo delle Autonomie), una proposta di legge ha introdotto soluzioni alternative alla manovra anti-pirateria prospettata dall'Autorità di Via Isonzo. Un approccio che limiti le più spiacevoli conseguenze alla libertà d'espressione online e che persegua in maniera più efficace la proliferazione delle piattaforme per la condivisione illecita dei contenuti.

Supportato dall'esperto Stefano Quintarelli (Scelta Civica), l'approccio follow the money era già stato descritto da Google come strumento davvero efficace per la lotta alla violazione massiva del copyright. Il taglio dei ponti pubblicitari per i siti pirata - con l'ostruzione di quei canali che garantiscono la monetizzazione del traffico verso le piattaforme specializzate nelle attività di indexing e diffusione dei file audiovisivi - riuscirebbe a punire i colpevoli senza sequestri a livello DNS o attività di filtraggio che rischiano di oscurare contenuti perfettamente legali.

Nel corso del convegno organizzato dal Forum Innovatori di SEL e varie associazioni come Assoprovider, il responsabile alle relazioni istituzionali di Altroconsumo Marco Pierani ha puntato il dito contro la stessa AGCOM, che non avrebbe "alcuna legittimazione ad emanare il regolamento in materia di diritto d'autore online, né in base al decreto Romani né tanto meno in attuazione del dlgs 70 del 2003, un decreto di 10 or sono che non richiede in alcun modo di essere attuato".
In particolare, il testo proposto da AGCOM - l'enforcement tricolore dovrebbe diventare operativo entro la fine dell'anno, in modo da consentire l'entrata in vigore del provvedimento nei primi mesi del 2014 - risulterebbe incostituzionale, incompatibile con la legislazione comunitaria. Lo stesso Pierani ha sottolineato "l'assoluto squilibrio tra la parte relativa all'enforcement, che instaura una procedura sommaria, sproporzionata e gravemente invasiva della libertà d'espressione in Rete, e quella relativa alla promozione del mercato legale dei contenuti, assolutamente inconsistente e quasi ridicola nella sua carenza di concretezza".

Un altro aspetto toccato nel corso del convegno riguarda l'affidamento ad AGCOM degli stessi meccanismi di enforcement, dal momento che bisognerebbe istituire un organismo investigativo esterno (probabilmente) alle competenze del ministero dell'Interno e in accordo con la magistratura. "Quando un giudice affronta una violazione del copyright ha il tempo e gli strumenti per considerare anche il cosiddetto fair use, quelle forme di utilizzo non commerciale che depongono a favore di una depenalizzazione - ha spiegato l'avvocato Fulvio Sarzana, tra i principali promotori del convegno e dell'iniziativa sitononraggiungibile.info - Per questa ragione accompagniamo questa proposta con la separazione tra scopo di lucro e non: per diminuire la massa enorme di segnalazioni che arriverebbero e permettere una reale lotta contro la pirateria".

Mentre lo stesso Sarzana spinge verso una risoluzione parlamentare che blocchi l'operato di AGCOM e "restituisca al dibattito politico una materia così delicata", i parlamentari Ivan Catalano (vicepresidente della Commissione Poste della Camera dei Deputati) e Mirella Liuzzi (Movimento 5 Stelle) hanno presentato un secondo disegno di legge che distingua in maniera più chiara lo scopo di lucro da quello ascrivibile ai principi del fair use, salvaguardando quegli utenti che si limitano a seguire i meccanismi online dello User Generated Content (UGC) senza commettere alcun illecito.

Mauro Vecchio

AGICOM STA PER CHIUDERE IL WEB. GLI ULTIMI RANTOLI DELLA RETE.

LA RETE IN CALO

Contrappunti/ La Rete in calo
di M. Mantellini















I dati parlano chiaro: invece di aumentare, gli Italiani che navigano sono sempre meno. E Internet non decolla neppure tra i giovani: figuriamoci nella Pubblica Amministrazione
Roma - Roberto Venturini sul suo blog, un po' per mestiere e un po' per passione, segue l'andamento dei numeri della Internet italiana con intelligenza e spirito di sintesi. Qualche settimana fa ha tenuto a ricordarci che i numeri di Internet in Italia continuano a non essere per nulla buoni. Che la rete italiana fosse da tempo fanalino di coda in Europa lo si sapeva già: avviene da tempo nella sostanziale noncuranza generale. Come se l'accesso a Internet fosse quello che molti pensavano un decennio fa: una variabile ininfluente sul panorama economico a raccontare la passione di alcuni strani hobbisti.

Secondo i numeri Audiweb citati da Venturini, numeri che hanno tutti i limiti del mondo, ma comunque utilizzati specie per gli investimenti pubblicitari, la rete italiana è sostanzialmente in calo. I cittadini che si collegano a Internet in un giorno medio sono stati, nel mese di luglio scorso, 27 milioni. Erano 28 milioni a luglio 2012. Se poi ci diamo la pena di allargare un po' lo sguardo a vedere come sono andate le cose negli ultimi anni in Europa ci accorgiamo che dal 2006 al 2011 (dati Eurostat) la Internet italiana è andata peggio di quasi tutte le altre. Paradossalmente il nostro 40 per cento di accesso da casa del 2006 era un dato pessimo ma comunque da centroclassifica nell'Europa a 27. Se date un'occhiata ai numeri del 2011 vi accorgerete che gran parte dei Paesi che erano sotto di noi ci hanno nel frattempo superato lasciandoci in coda insieme a Romania, Portogallo Grecia e pochi altri.

Internet in Italia insomma non solo va male, non solo non cresce, ma va peggio rispetto un anno fa e molto peggio di come va nella stragrande maggioranza dei paesi europei. Sembra insomma una situazione senza grandi speranze. Mentre tutto questo accade la politica, l'agenda digitale e i temi della politica delle reti, stanno come al solito a zero.
Altro tema sensibile ben esposto nei numeri di Venturini: si accede prevalentemente da casa (il periodo di maggior traffico è quello pomeridiano fino alle 21:00) ed utilizzano Internet prevalentemente persone di mezza età. Questo dovrebbe, temo, consigliarci qualche cautela sul famoso e mille volte citato potere taumaturgico dei nativi digitali. Circa un italiano su due (il 48 per cento) fra quanti utilizzano la rete in un giorno qualsiasi è nella fascia dai 35 ai 54 anni, i 18-24enni sono circa il 10 per cento del totale.

Ci siamo spesso chiesti quali siano le ragioni di una simile allergia degli italiani alla rete internet e le risposte sono per forza di cose ogni volta complicate e molto varie. Quello che oggi mi pare importante notare è che l'Italia sembra aver raggiunto una sorta di punto di equilibrio fra quanti utilizzano regolarmente la rete e quanti decidono di non farlo. Questo punto di equilibrio è nei migliori paesi europei attorno ad un rapporto 9:1. Nove cittadini usano Internet ed 1 no. In Italia questo equilibrio, volendo essere ottimisti, è circa 6:4.

Tutto questo ha delle conseguenze, non solo di natura economica e di crescita culturale (i due aspetti più importanti della desertificazione digitale italiana) ma anche di natura amministrativa. Per fare un esempio recente, la Gran Bretagna ha appena fatto partire una iniziativa che si chiama Digital by Default che è un progetto per incrementare il numero di cittadini che dialogano online con l'amministrazione (che in UK sono oggi circa 1 su 2). Un progetto del genere ha un senso in un Paese come la Gran Bretagna in cui circa il 90 per cento dei cittadini è online, sarebbe impossibile da noi dove quasi uno su due non hai avuto accesso alla Rete. In altre parole fino a quando il contesto digitale italiano sarà in queste condizioni non potremo nemmeno illuderci di poter copiare le migliori pratiche altrui.

È difficile immaginare che l'eccezione digitale italiana sia legata in maniera rilevante a questioni di infrastruttura o di costi di accesso. È invece assai verosimile immaginare che, come abbiamo molto spesso detto, il digital divide nel quale siamo immersi sia, in una quota considerevole, un ritardo culturale in senso lato. Indagarne le cause resta comunque complicato e implica una serie di riferimenti sociologici ed ambientali che portano lontano: quello che però già oggi sappiamo è che le infrastrutture si possono costruire e pagare, assai più complicato e difficile è riuscire a cambiare la testa delle persone. 

Massimo Mantellini
Manteblog

Tutti gli editoriali di M.M. sono disponibili a questo indirizzo

martedì 15 ottobre 2013

L'energia dell'universo

UN MONDO DE-AMERICANO

La bancarotta degli USA assicura un mondo de-americanizzato

Liu Chang Xinhua 13/10/2013
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Mentre i politici statunitensi di entrambi i partiti politici rimbalzano tra la Casa Bianca e il Campidoglio, senza trovare un accordo praticabile per portare alla normalità il corpo politico che rappresentano, è forse un buon momento per il mondo confuso d’iniziare a considerare la costruzione di un mondo de-americanizzato. Emergendo dal bagno di sangue della seconda guerra mondiale come la nazione più potente del mondo, gli Stati Uniti hanno da allora cercato di costruire un impero globale da imporre come ordine mondiale postbellico, alimentando la ripresa in Europa, e incoraggiando il cambio di regime in nazioni ritenute difficilmente amiche di Washington. Con la loro apparentemente impari potenza economica e militare, gli Stati Uniti dichiararono di avere interessi vitali da proteggere in quasi ogni angolo del globo, e si abituarono ad intromettersi negli affari di altri Paesi e regioni lontane dalle loro coste. Nel frattempo, il governo degli Stati Uniti faceva di tutto per comparire davanti al mondo come l’alfiere della superiorità morale, ma di nascosto commetteva atti esecrabili come torturare prigionieri di guerra, uccidere civili negli attacchi dei droni e spiare i leader mondiali.
In ciò che è noto come Pax-Americana, non si riusciva a vedere un mondo in cui gli Stati Uniti impedissero la violenza ed i conflitti, riducessero poveri e sfollati e portassero una pace vera e duratura. Inoltre, invece di onorare i suoi doveri da potenza leader responsabile, Washington abusava del suo status di superpotenza diffondendo ancora più caos nel mondo, esportando rischi finanziari, istigando tensioni regionali nelle dispute territoriali e conducendo guerre ingiustificate e   menzognere. Di conseguenza, il mondo ancora cerca una via d’uscita dal disastro economico causato dalle voraci élite di Wall Street, mentre bombardamenti e uccisioni sono diventate routine  quotidiana in Iraq, anni dopo che Washington sosteneva di aver liberato il suo popolo dalla tirannia. Recentemente, la stagnazione congiunturale a Washington su una valida soluzione bipartisan del bilancio federale e l’approvazione dell’aumento del tetto del debito, ha di nuovo lasciato enormi attività in dollari in molte nazioni in pericolo e una comunità internazionale assai tormentata. Questi giorni allarmanti, in cui i destini di altri sono nelle mani di una nazione ipocrita, devono finire e un nuovo ordine mondiale dovrebbe essere avviato dove tutte le nazioni, grandi o piccole, ricche o povere, possano avere i loro interessi rispettati e protetti in condizioni di parità. A tal fine, diverse misure devono essere stabilite per sostenere un mondo de-americanizzato.
Per cominciare, tutte le nazioni hanno bisogno di avere tra i principi fondamentali del diritto internazionale, il rispetto della sovranità e l’esclusione dai propri affari interni delle altre nazioni. Inoltre, l’autorità delle Nazioni Unite nella gestione delle questioni cruciali globali deve essere riconosciuta. Ciò significa che nessuno ha il diritto d’intraprendere una qualsiasi azione militare contro gli altri senza un mandato delle Nazioni Unite. Oltre a ciò, il sistema finanziario mondiale deve anche adottare alcune riforme sostanziali. Le economie di mercato in via di sviluppo ed emergenti hanno bisogno di avere più voce nelle maggiori istituzioni finanziarie internazionali, tra cui la Banca mondiale e il Fondo monetario internazionale, in modo che possano meglio riflettere le trasformazioni del paesaggio economico e politico mondiale. Potrebbe anche essere incluso, come parte fondamentale di una riforma efficace, l’introduzione di una nuova valuta di riserva internazionale da creare per sostituire il dominante dollaro USA, in modo che la comunità internazionale possa definitivamente allontanarsi dall’intensificazione dei disordini nazionali politici negli Stati Uniti.
Naturalmente, promuovere questi cambiamenti non significa mettere completamente da parte gli Stati Uniti, cosa impossibile. Piuttosto, incoraggiare Washington a svolgere un ruolo molto più costruttivo affrontando questioni globali. E tra tutte le opzioni, si suggerisce che i politici inizino ponendo la fine alla perniciosa situazione di stallo.
Traduzione di Alessandro Lattanzio

USA AUMENTA IL MALCONTENTO, RISCHIO SICUREZZA INTERNA

La Casa Bianca teme una guerra civile negli Stati Uniti


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Ogni giorno cresce il malcontento popolare negli Stati Uniti per la crisi e le guerre. Alcuni politologi sostengono che Washington si prepara a introdurre misure di emergenza contro eventuali sviluppi nel Paese. Il 1 ottobre gli USA sono entrati nel nuovo anno fiscale senza una finanziaria e con il più alto debito pubblico nella storia del Paese. Il segretario alla Difesa Chuck Hagel, ai primi di ottobre ha rilevato che “molti nel Paese sono contro le autorità e contro tutto ciò che accade.” Ha confessato che gli statunitensi perdono la fiducia nelle istituzioni a causa della guerra più lunga nella storia (la guerra in Afghanistan, che dura ormai da 12 anni) e della più grave crisi finanziaria dai tempi della Grande Depressione.
Secondo l’analista politico Nikolaj Malishevskij, “a quanto pare Washington si prepara a introdurre misure di emergenza relative ad eventuali sviluppi. E non si dimentichi l’invito del leader del Ku Klux Klan, Richard Preston, agli statunitensi “a preparasi alla guerra civile contro Barack Obama e i suoi seguaci”, e a farlo ad ottobre, celebrando il 150° anniversario della battaglia decisiva nella guerra civile negli Stati Uniti.” In ogni caso, secondo l’esperto, ci sono chiari segni di crescente tensione nella società statunitensi. Unità dei marines si muovono velocemente dall’Afghanistan verso gli Stati Uniti e si addestrano a combattere in ambienti urbani. “Dal 10 settembre sono state cambiate le esercitazioni previste. Tutte le esercitazioni previste a settembre sono state rinviate ad ottobre. Inoltre, hanno vietato al personale militare dell’Esercito degli Stati Uniti in vacanza, di lasciare il Paese tra il 28 settembre e il 5 novembre“, dice Malishevskij. Prima del 28 settembre sono stati istituiti dei corsi di tiro (con fucili da caccia e fucili AR-15) e uso dei coltelli per le decine di migliaia di dipendenti del Department of Homeland Security (Dipartimento di Sicurezza Nazionale, DHS). Entro il 1° ottobre, il dipartimento ha ricevuto, per le operazioni urbane, 2717 veicoli blindati antimine armati prodotti dalla Navistar Defense. Il 30 settembre sono terminati i corsi per i soldati della Guardia Nazionale degli Stati Uniti nel reprimere le rivolte e affrontare le emergenze. Dal 25 settembre, gli USA hanno iniziato i test quotidiani del sistema di allarme d’emergenza. Il 29 settembre hanno testato simultaneamente i satelliti di comunicazione e i GPS.
Mai prima dora, questi eventi sono coincisi“, dice l’analista politico Nikolaj Malishevskij. “Tutti questi preparativi indicano che gli Stati Uniti si trovano ad affrontare alcuni gravi problemi interni. In queste situazioni c’è sempre la forte tentazione (…) di distogliere l’attenzione dagli Stati Uniti e del mondo su un altro ‘soggetto’“, riassume il politologo. “Il piano degli Stati Uniti potrebbe basarsi, per esempio, su un possibile attacco contro la Siria che coinvolgerebbe l’Iran in questa guerra, che provocherebbe attacchi contro Israele e la guerra inevitabilmente darebbe un altro carattere ai problemi finanziari degli Stati Uniti“, dice l’esperto.
Traduzione di Alessandro Lattanzio

GOOGLE: INGLOBARE E CONTROLLARE L'INFORMAZIONE NELLA GLOGALIZZAZIONE

GOOGLE STA DIVORANDO IL MONDO
Informatica
Il gigante tecnologico della Silicon Valley sta ridisegnando la geografia di San Francisco. E non solo.








Finalmente, i giornalisti hanno iniziato a fare una critica seria dei giganti della Silicon Valley. In particolare hanno aperto gli occhi su Google, al momento la terza compagnia più grande al mondo per valore di mercato. La nuova fase di discussione è iniziata ancora prima delle rivelazioni sulla regolare condivisione da parte dei giganti tecnologici dei nostri dati personali con la National Security Agency – NSA, o la loro probabile fusione con quest’ultima. Allo stesso tempo, un altro gruppo di giornalisti, apparentemente ignari che il tempo sia cambiato, si sta ancora facendo beffe di San Francisco, mia città di origine, per non sottostare passivamente all’incombente presenza della Silicon Valley.

La critica della Silicon Valley è ormai trita e ritrita e alcuni giudizi oscillano fra la ferocia e il buon senso.  Il New Yorker, per esempio, ha analizzato come le start-up stiano danneggiando l’obiettivo primario dell’istruzione alla Stanford University. Nel suo approfondimento si è concentrato sulle illusioni messianiche e l’ingerenza politica della Valley, tenendo bene in considerazione l’ingente elusione fiscale della Apple.
Il “New York Times” recentemente ha pubblicato un articolo d’opinione che mi ha colto di sorpresa, soprattutto quando ho letto il nome dell’autore. Il fondatore di WikiLeaks Julian Assange, che ha trovato rifugio presso l’Ambasciata ecuadoriana a Londra, ha recensito La Nuova Era Digitale, un libro scritto da due tra gli uomini più in vista di Google, Eric Schmidt e Jared Cohen, i quali hanno cercato di spiegare la tendenza della società tecnologica a mescolarsi con lo Stato.
Si tratta, ha dichiarato, di un progetto ben definito e al contempo allarmante per l’Imperialismo tecnocratico, pensato da due dei nostri massimi “sciamani che hanno costruito un nuovo idioma per il potere globale degli Stati Uniti nel Ventunesimo secolo”. Ha aggiunto: “Questo idioma evidenzia il legame ancora più stretto tra il Dipartimento di Stato e la Silicon Valley.”
Che cos’hanno in comune il governo statunitense e la Silicon Valley? Più di tutto, loro intendono rimanere nell’ombra, mentre il loro scopo principale è quello di mettere a nudo ogni singolo utente attraverso la raccolta dei dati personali. Ciò che si sta verificando è semplicemente l’affermazione di una nuova forma di governo che coinvolge vaste entità, basato sulla dicotomia che va da un ampio potere alla responsabilità limitata nei confronti di chiunque. Il tutto ovviamente a favore del governo.

Google, la compagnia con il motto “Don’t be Evil”, sta rapidamente diventando un impero. Non un impero territoriale, come lo sono state Roma o l’Unione Sovietica, ma un impero che controlla il nostro accesso ai dati e i nostri dati stessi. Le cause antitrust che proliferano ai danni della società dimostrano la sua ricerca del monopolio del controllo dei dati nell’era dell’informazione.
Il suo motore di ricerca è diventato indispensabile per molti di noi, e come il critico di Google e docente di Media studies Siva Vaidhyanathan ha scritto nel suo libro del 2012, The Googlization of Everything,

“attualmente permettiamo a Google di stabilire ciò che è importante, rilevante e vero sul Web e nel mondo. Riponiamo speranza e crediamo che Google agisca per il nostro miglior interesse. Ma in realtà noi ci siamo arresi a un controllo sui valori, sui metodi e sui processi che danno un senso al nostro ecosistema dell’informazione”.

E questo è solo il motore di ricerca.
Circa 750 milioni di persone usano Gmail, che opportunamente offre a Google l’accesso al contenuto delle proprie comunicazioni (esaminate in modo tale che l’utente finale possa essere bersagliato con inserzioni pubblicitarie). Google ha cercato, ma ha fallito, di rivendicare il controllo della proprietà delle versioni digitali di tutti i libri pubblicati; bibliotecari ed editori hanno reagito prontamente. Come il New York Times ha riportato lo scorso autunno, Paul Aiken, direttore esecutivo dell’Authors Guild, ha riassunto la situazione con queste parole:

“Google continua a guadagnare dal suo uso di milioni di libri protetti da copyright senza alcun riguardo per i diritti d’autore, e la nostra class-action per conto degli autori statunitensi andrà avanti”.

L’organizzazione no-profit Consumer Watchdog ha scritto al Procuratore Generale il 12 giugno sollecitandolo a

“bloccare l’imminente acquisizione per un miliardo di dollari da parte di Google di Waze, un’applicazione gps per il cellulare, facendo riferimento all’antitrust… Google domina già il settore della mappatura online  con Google Maps. Il gigante di internet è stato capace di aprirsi un varco con la sua tendenza a primeggiare, favorendo in modo scorretto il proprio servizio in anticipo su competitori come MapQuest nei risultati delle sue ricerche online. Ora con l’acquisizione proposta di Waze, il gigante di internet vorrebbe eliminare il competitor più vitale nell’ambito del mobile. Inoltre questa acquisizione permetterà a Google l’accesso ad un numero maggiore di dati riguardanti l’attività online, e ciò aumenterà la sua posizione dominante su internet”.

La compagnia sembra non solo avere il pieno controllo del business della mappatura online, ma anche il monopolio di mercato di così tanti aspetti che, alla fine, potrebbe mettere all’angolo addirittura noi.
In Europa c’è una causa dell’antitrust per le applicazioni di Google per i cellulari con sistema Android. Per molti versi, si può mappare l‘ascesa di Google attraverso i cumuli di cause dell’antitrust che “accumula sul proprio cammino”. Tra parentesi, Google ha comprato Motorola. Inoltre, che possieda Youtube è ormai cosa risaputa. Ciò fa di Google il possessore del secondo e terzo sito più visitato al mondo (Facebook è il primo, e anche altri dei primi sei siti si trovano nella Silicon Valley).
Immaginiamo che sia il 1913 e l’ufficio postale, la compagnia telefonica, la biblioteca pubblica, le stamperie, le operazioni di mappatura della US Geological Survey, i cinema e tutti gli atlanti siano ampiamente controllati da una società riservata, inaccessibile al pubblico. Saltiamo di un secolo e vediamolo nel mondo online, questo è più o meno il punto dove siamo arrivati. Un capitalista di impresa di New York ha scritto che Google sta cercando di prendere il posto “dell’intero maledetto internet” e si è posto la domanda del giorno “Chi fermerà Google?”.

Il punto

Noi a San Francisco ci facciamo spesso questa domanda, perché qui Google non solo è sui nostri computer, ma è anche nelle nostre strade. In precedenza nel corso dell’anno ho scritto riguardo al “Google bus” – la flotta di pullman privati di lusso, forniti di wi-fi, che gira per le nostre strade e usa le nostre fermate pubbliche, spesso bloccando i pullman cittadini e i passeggeri del trasporto pubblico, mentre loro caricano o scaricano i dipendenti che percorrono in lungo e in largo la penisola verso la società in cui lavorano.
Google, Apple, Facebook e Genentech gestiscono alcune delle più grandi flotte, e questi pullman bianchi, per lo più privi di marchio, sono diventati un simbolo della trasformazione della città.
Carl Nolte, che scrive una rubrica sul (moribondo) “San Francisco Chronicle”, questo mese ha parlato dei futuri abitanti dei 22.000 costosi appartamenti in costruzione:

“I locatari dei nuovi appartamenti saranno tutti i nuovi abitanti di San Francisco. In un paio di anni penseremo ai politici progressisti, del 2012 circa, come antichità d’altri tempi, è accaduto con i Commies per i nostri nonni. San Francisco è già una città high-tech, una città cara, dove le famiglie appartenenti alla classe media non possono permettersi di vivere. È una città dove la popolazione afroamericana è stata fatta crollare in poco tempo, dove il quartiere latinoamericano Mission District si sta imborghesendo ogni giorno di più. Pensate che vivere qui ora sia dispendioso? Aspettate solo un po’. Questi che stiamo vivendo sono ciò che rimane dei bei vecchi giorni, ma non saranno gli ultimi. Siamo giunti ad un punto critico”.

Si può dire che Mr. Nolte non gradisce particolarmente questa situazione. Un ragazzo di nome Ilan Greenberg è sbucato dal New Republic per dirci ciò che deve piacerci – o ammetterne la ridicolezza. Scrive,

“ironicamente proprio quelli che sono contro l’imborghesimento danneggiano l’etica liberale di San Francisco. Oppositori dei nuovi arrivati? Sospettosi nei confronti di persone i cui valori sono incomprensibili? Critica dei giovani per non essere all’altezza degli ideali della generazione più vecchia? Tutto ciò suona molto reazionario e bigotto”.

Il problema è che noi comprendiamo i valori della Silicon Valley fin troppo bene e a molti di noi questi valori non piacciono.
Accogliere nuovi arrivati non dovrebbe essere poi così male, se non significasse sottrarre spazi a molti di noi che siamo già qui. Con noi intendo chiunque non lavori in una grande azienda tecnologica o in una delle più piccole compagnie, che di diventare un monolito globale. Greenberg (che, per inciso, sta scrivendo per una pubblicazione comprata in blocco da un miliardario di Facebook) si prende gioco di noi per proteggere la classe media, ma la “classe media” è solo una parola per quelli di noi che vengono adeguatamente pagati per il proprio lavoro.
Le persone a vari livelli di reddito nei più disparati ambiti qui a San Francisco stanno per essere rimpiazzate da coloro che lavorano in un unico ambito e vengono pagate estremamente bene. Istituzioni piccole, anticonformiste e non-profit stanno facendo fatica e stanno via via diminuendo. È come guardare un prato arato per coltivare fagioli di soia Monsanto geneticamente modificati.

Parlando di terreni, uno dei miliardari della Silicon Valley, fondatore di Napster e di Spotify, Sean Parker, ha appena investito in un matrimonio da 10 milioni di dollari americani in una terra sensibile dal punto di vista ambientale nel Big Sur. Con la costruzione di un’enorme ambientazione medievaleggiante per l’evento

“che includeva un livellamento, un cambio nell’uso da campeggio a uso privato, la costruzione di strutture multiple dotate di un cancello ad arco, un laghetto, un ponte di pietra, piattaforme per eventi con pavimenti rialzati, muri di roccia, rovine di casette e mura di castelli creati artificialmente”,

stando a quanto si dice, Parker ha causato un danno ambientale ingente e ha violato numerosissime norme ambientali.
A quanto pare, pagare 2,5 milioni di dollari in multe dopo l’evento non lo ha messo in difficoltà. Napster e Spotify sono, tra l’altro, tecnologie online che hanno ridotto a quasi zero i profitti dei musicisti provenienti dai dischi. Ci sono musicisti ricchi in maniera spropositata, sicuramente, ma molti di loro, al massimo, appartengono alla classe media. Grazie a Parker, forse anche a qualche gradino sociale di meno.

Insegnanti, impiegati statali, autisti di autobus, bibliotecari, vigili del fuoco – considerateli una rappresentanza della classe media sotto assedio, a al contempo persone che rendono una città vitale e funzionante. Alcuni miei amici – un pittore, un poeta, un regista, un fotografo, tutti coloro che hanno contribuito alla cultura di San Francisco – sono stati sfrattati, così gente ben più influente potrà rimpiazzarli. C’è una tendenza diffusa nel pensare che difendere la cultura significhi difendere le persone bianche privilegiate, ma questo suppone che le persone di colore e povere non siano artisti. Qui lo sono.
Ognuno qui comprende che se un musicista – hip-hop o sinfonico – non può permettersi una casa, nemmeno una famiglia è in grado di farlo. E la competizione per questi appartamenti è accanita: così accanita che in questi giorni nessuno che conosco riesce ad affittare sul mercato libero. Non ho potuto io, quando mi sono trasferita nel 2011, così come non ci è riuscito un mio amico medico all’inizio di quest’anno. I giovani tecnologici arrivano e offrono un anno di caparra in denaro liquido in anticipo o rilanciano la richiesta del prezzo iniziale, o entrambi, e l’offerta delle abitazioni continua a indebolirsi, mentre gli affitti vanno alle stelle. Così, mentre Greenberg potrebbe convincervi a pensare che non stiamo egoisticamente offrendo posto anche agli altri, in realtà è che le persone anziane e le famiglie che lavorano e le persone le cui carriere erano plasmate dall’idealismo si stanno opponendo alla possibilità di essere travolti, a ben dire, dal pullman.

Come Gandhi, solo con le armi

Numerosi leccapiedi delle potenti società della Silicon Valley hanno potuto creare una monocultura. In alcune parti della città, questa è già la cultura dominante. Un ragazzo che ha fatto fortuna durante il boom del dot.com e si è trasferito nel Mission District (in parte latinoamericano, già occhio del ciclone della classe lavoratrice nell’uragano delle case) ha attirato recentemente l’attenzione dei locali con un post sul suo blog intitolato “Individui spregevoli come voi stanno distruggendo San Francisco”. Al suo interno ha descritto il comportamento volgare e talvolta violento dei più giovani e più ricchi nei confronti dei più anziani, dei poveri e dei non bianchi.
Ha scritto

“Sei sul MUNI [il sistema di pullman cittadino] e vedi un giovane ventenne che con riluttanza cede il suo posto a una signora anziana e dopo dice al suo amico “Io non capisco perché le persone anziane prendano il MUNI. Se fossi vecchio, io prenderei solo Uber””.

Ho cercato notizie a riguardo: Uber.com, un servizio taxi di limousine al quale puoi accedere attraverso un’applicazione per smartphone. Un mio amico ha sentito per caso un altro giovane patito di tecnologia, in coda per comprare il caffè, dire a qualcuno al telefono che stava lavorando ad un’app che sarebbe stata “come Food not Bombs, per distribuire cibo, solo per profitto”. Dire che si ha intenzione di essere come un gruppo che si adopera per la distribuzione del cibo gratuito, solo per profitto, è più o meno come dire che si ha intenzione di essere come Gandhi, solo con le armi.

Un flusso di appassionati di tecnologia significherà più sostenitori per le arti”,

tuonava un articolo sul sito di notizie della Silicon Valley Pando, ma questi illustri sostenitori ancora non si sono fatti vivi. Come un settimanale locale anticonformista ha affermato,

“il mondo tecnologico in generale è notoriamente poco caritatevole. Secondo il Chronicle of Philantrophy, solo quattro dei cinquanta più generosi donatori statunitensi del 2011 lavorano nel settore tecnologico, nonostante il fatto che 13 dei 50 Americani più ricchi secondo Forbes nel 2012, debbano tutta la loro fortuna al settore”.

Medicei nei loro complotti, non sono però mecenati come la nota famiglia del Rinascimento. Non ci sono ricadute favorevoli nella Bay Area, neanche magnanimità significative nei confronti dei bisogni o delle buone cause o della cultura derivate dai nuovi capitali tecnologici.

Invece, abbiamo il nuovo arrivato a San Francisco, il CEO di Facebook e miliardario Mark Zuckerberg, che persegue il proprio interesse con disprezzo spietato per la vita sulla terra. Quest’anno Zuckerberg ha fondato un’organizzazione no-profit attiva politicamente FWD.us, che cerca di influenzare il dibattito sull’immigrazione per rendere più semplice per le società della Silicon Valley l’importazione di lavoratori nel settore tecnologico. Non è coinvolta alcuna ideologia, solo interessi personali su come FWD.us persegua i propri scopi. Ha deciso di investire la propria enorme influenza finanziaria per lavorare dando ai politici qualunque cosa loro vogliano, nella speranza che ciò possa condurre ad un vantaggioso compromesso.
Al fine di raggiungere questo obiettivo, il gruppo ha iniziato a far girare annunci pubblicitari in favore dell’oleodotto Keyston XL (che porta soprattutto sabbia di catrame sporca di carbonio dal Canada alla costa statunitense sul Golfo) per sostenere un senatore repubblicano e altri annunci in favore delle trivellazioni nell’intatto Artic National Wildlife Refuge in Alaska per sostenere un democratico dell’Alaska.
Il messaggio sembra essere che niente è proibito nel perseguire i propri interessi, e che il vero significato e le conseguenze di questi progetti che hanno un impatto sull’ambiente non interesserebbero almeno al ventinovenne che è anche la 25° persona più ricca degli Stati Uniti. (Per dovere di cronaca: il miliardario della Silicon Valley Elon Musk, cofondatore di Paypal e magnate delle auto elettriche, ha abbandonato FWD.us). Zuckerberg e i suoi associati della Valley stanno spingendo per cose per le quali non hanno un vero interesse, eccetto per ciò che permette alla loro società di funzionare e ai loro profitti di crescere. Qui, dove è stato fondato il Sierra Club nel 1892 e molte altre ideologie dal forte impatto ambientale, questo non è stato accolto bene. Le proteste sono seguite alla sede centrale di Facebook e sullo stesso Facebook.

L’ostilità crescente nei confronti dell’impennata tecnologica a San Francisco si è scontrata con la rabbia e il disorientamento dimostrati da molti impiegati della Silicon Valley. Loro danno un po’ l’idea degli strateghi dell’era di Bush, esterrefatti che gli Iracheni non abbiano accolto la loro invasione con tappeti di fiori.
C’è ancora qualcosa che dovreste conoscere riguardo alla Silicon Valley: secondo il Mother Jones, l’89% dei gruppi di fondazione di queste società sono tutti uomini; l’82% sono bianchi (l’altro 18% asiatici o delle Isole del Pacifico); e le donne guadagnano solo 49 centesimi per ogni dollaro guadagnato dai colleghi maschi. Le donne più intraprendenti della Silicon Valley, come il CEO di Facebook Sheril Sandberg, attirano molta attenzione perché sono rare, vere mosche bianche.
Come Catherine Bracy, sulle cui ricerche Mother Jones ha basato le proprie classifiche, ha stimato,

“l’attuale ricerca di cui mi sono occupata dimostra che la creazione di benessere prodotta dall’industria tecnologica è distribuita in maniera estremamente disomogenea, e che l’attuale capitale di impresa sta convergendo verso un ristretto gruppo omogeneo in modo preponderante”.

Ecco cosa sta invadendo San Francisco.
L’articolo su Pando lancia un vero e proprio monito: “San Francisco può diventare una capitale mondiale. Prima di tutto ha bisogno di riprendersi”. Ma forse noi non vogliamo essere una capitale mondiale più o meno come New York e Tokyo. La logica del più è meglio sembra indiscutibile ai detrattori di San Francisco, ma dentro di loro più equivale a molto di meno: meno diversità, meno convenienza, meno cultura, meno continuità, meno comunità, meno distribuzione equa di ricchezza. Ciò che è chiamato benessere in questi calcoli è riservato a pochi; per i più si tratta di impoverimento.

La flotta del .0001%

Se Google rappresenta la minaccia globale della Silicon Valley, e Zuckerberg rappresenta la sua amoralità, allora il CEO di Oracle Larry Ellison deve rappresentare al meglio la sua grossolanità. Il quinto uomo più ricco al mondo ha speso centinaia di milioni di dollari per vincere la regata dell’America’s Cup un paio di anni fa. Partendo dal presupposto che il vincitore ha la possibilità di scegliere la prossima sede per la regata e il tipo di imbarcazione da usare, per queste regate estive Ellison ha scelto la Baia di San Francisco  e un catamarano gigante che sembra estremamente instabile. Lo scorso mese, un marinaio che ha vinto la medaglia olimpica è annegato quando un’imbarcazione, sulla quale si stava allenando, si è ribaltata nella Baia di San Francisco, bloccandolo sotto la vela.
Parte della strategia di Ellison per vincere di nuovo implica rendere le imbarcazioni così care da far sì che nessuno possa competere. Una regata che prima aveva dai 7 ai 15 concorrenti, ora ne ha 4 e uno di essi potrebbe ritirarsi. Business Insider ha pubblicato in prima pagina un pezzo dal titolo, “Larry Ellison ha completamente mandato a scatafascio l’America’s Cup”. È andato avanti affermando “ogni squadra, con l’eccezione della Nuova Zelanda, è sostenuta da un miliardario, e ognuna ha speso tra i 65 e i 100 milioni di dollari fino ad adesso”. Secondo la tipica moda della Silicon Valley, Ellison ha anche capito come far rimanere San Francisco fedele a una parte del suo progetto, causando lo sfratto di alcune dozzine di piccole aziende, anche se alla fine la città non gli ha concesso un rilevante allungamento di lungomare come era nelle sue iniziali intenzioni.
Questo è ciò che San Francisco è ora: un posto a sedere davanti alle più potenti società della Terra e le persone che le mandano avanti. Quindi noi sappiamo cose che voi non potete ancora conoscere: loro non sono vostri amici e la loro visione non è la vostra, ma i vostri dati sono i loro dati, le vostre comunicazioni sono nelle loro mani e loro sembra che stiano crescendo per diventare un braccio o un comproprietario del Governo, o per fare una legge in direzione dei propri interessi, e nessuno ha capito cosa possiamo fare per contrastare ciò.

CONTROLLO MENTALE: L' MKULTRA

UN DOCUMENTARIO DEL DISCOVERY CHANNEL PROVA L’EFFICACIA DELL’MKULTRA
Controllo Mentale






Un recente documentario di Discovery Channel ha dimostrato che gli individui possono essere controllati mentalmente in modo da compiere un omicidio, provando così la cosiddetta “teoria del complotto”, che sostiene la possibilità di creare assassini tramite il lavaggio del cervello.

Il documentario, fa parte della serie Curiosity, su Discovery Channel, ed è di particolare rilevanza data la recente dichiarazione, fatta da un presunto compagno di stanza di James Holmes, nella quale si sostiene che il giovane killer avesse confidato all’amico, di esser stato “programmato”, per il massacro del teatro dell’Aurora, da un “malvagio” psicoterapeuta.

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Intitolato, Brainwashed, l’esperimento è stato curato dalla Dr.ssa Cynthia Meyersburg della Harvard University e dal Dr. Mark Stokes della Oxford University. Tom Silver, un ipnoterapeuta certificato, ha ipnotizzato decine di soggetti in modo da testare la profondità del loro stato ipnotico e quanto fossero suggestionabili.

Dopo una serie di test, il campione è stato ridotto a quattro partecipanti, i quali sono stati ipnotizzati per resistere a temperature vicine al congelamento in un bagno ghiacciato. Solo uno dei soggetti è stato in grado di rimanere nel suddetto bagno per più di 18 secondi, ed è stato scelto come finalista per effettuare l’”assassinio”.

Ad ‘Ivan’, 36 anni, ufficiale correttivo, fu detto che la sua presenza nello show non era più necessaria e che era libero di andarsene. Tuttavia, nel corso di una veloce intervista, Tom Silver ipnotizzò Ivan ordinandogli di assassinare un dignitario straniero davanti ad un albergo. E’ stata poi data una pistola finta ad Ivan che aveva lo stesso rinculo ed i stessi rumori di una pistola vera.

Mentre Ivan era nella hall dell’hotel pronto per partire, l’ipnotista lo “attivò” tramite un trigger (programmazione alfa) creato in precedenza come comando per effettuare l’assassinio.

Come il sito di Discovery Channel spiega: “L’esperimento è stato un successo, e Ivan ha svolto le sue istruzioni: prendere la pistola da uno zaino rosso, attendere vicino alla corda di velluto e assassinare il suo obiettivo.

Il documentario quindi, dimostra chiaramente che gli individui possono essere portati, tramite il lavaggio del cervello, l’ipnosi e altre tecniche di controllo mentale, a compiere un assassinio.

Un documentario simile fu trasmesso su Channel 4, nel Regno Unito, lo scorso anno. Intitolato “The Assassin”, lo spettacolo mostrò il tentativo dell’illusionista inglese Derren Brown di trasformare un membro del pubblico in un assassino controllato mentalmente, tramite l’ipnosi e la programmazione neuro-linguistica. La vittima era una celebrità tra il pubblico e l’esecutore non si ricordò niente ad evento compiuto.

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L’uomo selezionato da Brown ha subito con successo un processo di controllo mentale in cui gli si chiedeva di “sparare” all’attore Stephen Fry di fronte ad un pubblico. Successivamente è stato sottoposto alla macchina della verità, la quale rivelò che il soggetto non si ricordava niente di quanto accaduto. Nonostante il fatto che lo show avesse come obiettivo, quello di sfatare le “teorie della cospirazione” su Sirhan Sirhan (lo si reputa un assassino mentalmente controllato), in realtà ha finito per rafforzarne la veridicità.

Similmente a Sirhan Sirhan, che molti ormai considerano un capro espiatorio per l’assassinio di Robert F. Kennedy, la persona coinvolta nello show di Channel 4 in seguito ricordò che si sentiva come se fosse in un “poligono di tiro”, mentre stava eseguendo l’assassinio. Il killer dell’Aurora, James Holmes, analogamente disse che si sentiva in un “videogioco” durante il massacro, secondo Stephen Unruh, il compagno di stanza che afferma di aver parlato con Holmes.

Holmes avrebbe detto a Unruh che la programmazione si sarebbe interrotta solo al momento del suo ritorno in macchina, a massacro finito. I rapporti dei media in seguito confermarono che Holmes non ricordava nulla.

Il comportamento di Holmes nel periodo immediatamente successivo alla sparatoria, tra cui l’affermazione di non ricordare ciò che era successo, è identica a quella di Sirhan Sirhan, nonché dei due assassini mentalmente controllati creati nei due documentari televisivi, precedentemente nominati.

Il fatto che Holmes fosse sotto controllo mentale è fuori discussione. Durante il periodo trascorso al Salk Institute of Biological Studies, Holmes progettò un programma per computer che alterava gli stati mentali usando lo sfarfallio. Si sono avuti sospetti anche riguardo un pacchetto che includeva un quaderno pieno di dettagli violenti che Holmes inviò al suo suo psichiatra, la Dr.ssa Lynne Fenton, la quale venne disciplinata nel 2004 per aver prescritto farmaci psicotropi per se stessa ed altri.

Fenton, che in precedenza lavorò con la US Air Force, aveva in cura Holmes tramite “farmaci e psicoterapia” presso l’Università del Colorado, prima del massacro Aurora. Tuttavia, il giudice che seguì la vicenda di Holmes ordinò agli avvocati della difesa di oscurare queste informazioni. CBS News riferì che Holmes venne visitato da almeno tre professionisti della salute mentale, prima del massacro.

Forse non sapremo mai, con il 100% di sicurezza se Holmes fosse stato controllato mentalmente (personalmente ne sono certo n.d.r.) Ciò che può essere confermato senza ombra di dubbio è il fatto che numerosi esperimenti hanno dimostrato che è possibile creare un assassino controllato mentalmente, ovvero, precisamente, ciò che la CIA fece nell’arco di 3 decadi, dagli anni 50 agli anni 70, nel quadro di un programma chiamato MKULTRA secondo la testimonianza giurata di partecipanti diretti formulate nel 1975 davanti al Church Committee e alle indagini della Rockefeller Commission. Tali testimonianze furono reputate, in gran parte, prive di fondamento, in quanto il direttore della CIA Richard Helms ordinò che tutti i file riguardanti l’MKULTRA venissero distrutti due anni prima.


Fonte originale: prisonplanet.com

lunedì 14 ottobre 2013

BIOL FUEL SYSTEMS PRODUCE IL BIOPETROLIO

IL PETROLIO CHE ELIMINA CO2, ALTERNATIVA ALL’ENERGIA NUCLEARE
Nuove tecnologie





La crisi nucleare che si è aperta in Giappone dopo il terremoto e il successivo tsunami, causando diverse esplosioni nei reattori della centrale di Fukoshima ha messo sul tavolo del dibattito internazionale la fattibilità, la sicurezza e le opportunità offerte dall’energia nucleare.

In questo contesto il dibattito generato non sembrerebbe contemplare un’alternativa a questo tipo di energia, che alcuni considerano erroneamente pulita. Pochi sanno che, attualmente è già cominciata la costruzione di un campo che genererà un tipo di petrolio di qualità eccezionali che potrà essere bruciato nella caldaia di una qualsiasi centrale elettrica. Le emissioni che si produrranno, saranno successivamente catturate per alimentare di nuovo i bioreattori, creando così il primo ciclo combinato che garantirà 0 emissioni, mantenendo gli stessi parametri di energia necessaria alla popolazione a cui serve la centrale, ma neutralizzando una tonnellata di CO2 per MW prodotto.

I calcoli realizzati da Bio Fuel Systems,- riscontrati nell’impianto Blue Petroleum One-, dimostrano che per sostituire una centrale nucleare di 1000 MW, sarebbe necessario un campo biopetrolifero di 55 chilometri quadrati. Cioè, tutta la potenza nucleare installata in Spagna, 7.800 MW, può essere

prodotta senza l’uranio e i suoi rischi, e con vari campi che, tutti insieme, avrebbero una superficie di 430 km2. Ma c’è ancora di più, perché il petrolio artificiale verrebbe prodotto con C02 come materia prima, il che significherebbe l’eliminazione di 65 milioni di tonnellate all’anno di emissioni attraverso la sostituzione dell’energia nucleare in Spagna per un’altra prodotta da CO2 . La differenza dei tradizionali impianti termici rispetto a quelli nucleari si trova nelle emissioni, perché per la produzione di 1000 MW di energia nucleare si supporta la tesi che quest’ultima non rilascia l’equivalente di CO2 prodotta dagli altri impianti.

Bio Fuel Systems produce del petrolio artificiale con un avanzato sistema di conversione, un modello brevettato in cui dei bioreattori industriali, alimentati con C02, creano un habitat in cui le cellule specifiche lo assorbono in un processo naturale di fotosintesi per ottenere la biomassa da cui si elabora il nuovo petrolio che riduce le emissioni nocive.

La missione della società pioniera nella produzione di petrolio artificiale è la progressiva sostituzione del petrolio fossile che si consuma nel mondo. Questo infatti è la causa principale dei fumi che provocano l’effetto serra a sua volta relazionato alle catastrofi naturali generate dal cambiamento climatico. Inoltre parlare della sostituzione del petrolio, non riguarda solo veicoli, aerei o navi, ma anche tutto il settore industriale.

I calcoli attuali di rendimento industriale, dimostrano che per ogni barile di biopetrolio prodotto vengono utilizzati 2.168 kg di CO2, di cui vengono neutralizzati 938 kg che, pertanto, non torneranno mai più in atmosfera. In questo modo, oggi possiamo dire e dimostrare che la riduzione della dipendenza energetica dell’Europa è una possibilità concreta e allo stesso tempo che si combatte il cambiamento climatico.

UN IMPIANTO PILOTA NELLA SPAGNA MERIDIONALE

Bio Fuel Systems, società internazionale che ha brevettato sistemi di conversione accelerata di CO2 in energia, ha lanciato sul mercato i primi reattori con cui viene effettuato il processo accelerato della formazione del petrolio. Con ciò si è raggiunto un momento storico nel campo della ricerca di combustibili per sostituire il petrolio fossile, perché la Blue Petroleum ONE, con sede ad Alicante, è il primo modello d’impianto industriale nel mondo che ottiene biopetrolio con le stesse caratteristiche del petrolio fossile.

In termini molto generici, la tecnologia sviluppata da Bio Fuel Systems, accelera il processo di generazione naturale del petrolio da diversi milioni di anni a qualche giorno. Come il petrolio fossile anche il Blue Petroleum BFS richiede una notevole quantità di CO2 per la sua formazione,

che in questo caso è catturata direttamente dal camino di industrie inquinanti e non andrà più in atmosfera . Così, per ogni barile di Blue Petroleum BFS si utilizzano 2.168 chili della CO2 antropica che genera l’effetto serra sulla Terra, dei quali 938 chili non torneranno mai più in atmosfera anche se il combustibile è raffinato come benzina e quindi utilizzato dai motori.

L’impianto Blue Petroleum ONE è stato creato come un modello per campi biopetroliferi di grandi dimensioni che saranno veri e propri eliminatori di C02 industriale. Per ogni ettaro di bioreattori installato, si ottiene una produzione giornaliera di cinque barili di 159 litri, circa 42 galloni USA, che è lo standard per il barile Brent. Insieme al biopetrolio, BFS ha sviluppato un’altra linea di prodotti derivati di alto valore che garantiscono elevati rendimenti sui futuri campi biopetroliferi.

La svolta tecnologica che BFS mette sul mercato dell’energia ci porta alla conclusione diretta che non vale la pena prendere un tale rischio elevato con l’energia nucleare per ottenere soltanto il 15% dell’energia elettrica mondiale, quando ci sono soluzioni alternative, ecologicamente sostenibili e rigeneratore del pianeta.

SOCIAL NETWORK - Report 10/04/2011

SOCIAL NETWORK - Report 10/04/2011 "Condividi" e "connetti" sono le parole del momento su tutte le piattaforme sociali: Facebook, Youtube, Twitter, Foursquare, LinkedIn... Ce ne sono ormai a decine e anche chi aveva delle remore si sta iscrivendo. Tra gli Italiani che vanno su internet, 1 su 2 usa Facebook e il suo fondatore Mark Zuckerberg a 26 anni si è fatto un gruzzolo di 7 miliardi di dollari. Anche Larry Page e Sergey Brin avevano 26 anni quando hanno fondato Google e oggi si son messi da parte 15 miliardi di dollari a testa. E' una nuova corsa all'oro nel Far West digitale. Milioni di Gigabytes delle nostre informazioni personali scalpitano per uscire dai corral delle fattorie di server californiane. I nostri nomi e cognomi, indirizzi, numero di cellulare, gusti, preferenze sessuali e d'acquisto, vogliono correre liberi nelle praterie della Rete dove i pubblicitari non vedono l'ora di prenderle al lazo e Facebook ha il compito di trattenerli. Ma ci riesce sempre? E Google, cosa sa di noi e cosa se ne fa delle informazioni che raccoglie? Condividere è facile anche su Youtube, dove gli Italiani cliccano i video un miliardo di volte al mese e può succedere che qualcuno condivide la roba tua anche se non te lo saresti mai aspettato. Come si fa a difendersi? E come si evitano le trappole che i criminali allestiscono per derubare gli utenti di Facebook quando cliccano il tasto "mi piace"? Circa 17 milioni di Italiani usano Facebook ogni giorno per comunicare con i loro amici, ma in certi casi ti ritrovi buttato fuori. C'è libertà di espressione su Facebook o hanno fatto accordi con il Ministero dell'Interno per monitorare quello che dicono gli utenti? Intanto l'Autorità garante delle comunicazioni sta preparando un sistema per oscurare parti di siti italiani o per sbarrare totalmente l'accesso ai siti esteri sospettati di violare il diritto d'autore. Migliaia di siti potrebbero diventare inaccessibili come oggi capita a thePiratebay, ma c'è anche il sistema per aggirare la censura italiana. Si può tenere insieme la libertà d'espressione con il profitto oppure come ritengono gli hacker solo una Rete anonima e gratuita è libera e al riparo da ogni controllo? Meglio esporsi come raccomandano i californiani o vivere nascosti come raccomandava Epicuro 2300 anni fa e oggi Wikileaks?

#BreakingItaly : I social network, la nuova droga

Nella puntata di oggi parliamo principalmente di social network e di uno studio americano che dimostra che, incredibilmente, inducono ad una dipendenza più forte di quella causata da alcool e tabacco. Parliamo anche della chiusura, dopo quella recente di Megaupload, di un altro noto e amato sito: Btjunkie.

THRIVE MOVEMENT

THRIVE è un documentario non convenzionale che solleva il velo su quello che sta realmente accadendo nel nostro mondo. Seguendo il denaro a monte, analizzando la piramide del potere ed i collegamenti nascosti tra politica, multinazionali, media etc. e mostrando le innovazioni e le ultime scoperte registrate nel campo della scienza, THRIVE offre soluzioni reali che ci aiuteranno, con le strategie inedite e coraggiose, a recuperare la nostra vita ed il nostro futuro. Nel documentario troverete riassunti tutti i principali temi, con prove e testimonianze di molti dei personaggi che da anni cercano di far capire chi veramente ci governa.

IL PETROLIO E' LA NUOVA MISURA DEL TEMPO

Viviamo un periodo determinante. Gli scienziati ci dicono che abbiamo 10 anni per cambiare i nostri modi di vita, di evitare d' esaurire le risorse naturali ed impedire un'evoluzione catastrofica del clima della terra. Occorre che ciascuno partecipa allo sforzo collettivo cioè per sensibilizzare il più grande mondo che o concepito la pellicola HOME. Per diffondere questa pellicola il quanto più possibile, occorreva si è gratuito. Un mécène, il gruppo PPR, ha permesso che lo sia. EuropaCorp che ne garantisce la distribuzione, s' è impegnato non a fare alcun vantaggio perche HOME n' a nessun'ambizione commerciale. O gradisco che questa pellicola diventi anche la vostra pellicola. Dividete la, ed agite. Yann Arthus-Bertrand, Presidente della fondazione GoodPlanet HOME è una pellicola compensata carbonio

Gli Italiani in Rete sono soggetti passivi: alla mercé di social network e business altrui

Contrappunti/ Il pudore di Internet


di M. Mantellini

Temono il Grande Fratello ma postano tutta la loro vita su Facebook. Invocano l'intervento dello Stato. Gli Italiani in Rete sono soggetti passivi: alla mercé di social network e business altrui

Contrappunti/ Il pudore di Internet
Roma - Più di un italiano su due interpellato dal Censis chiede norme più severe per la difesa della propria privacy online. E già questo è strano, l'Italia è probabilmente uno dei paesi al mondo con le normative più stringenti per quanto riguarda la tutela della riservatezza. Una simile invocazione, fatta da un popolo di persone che poco o nulla fa per tutelare la propria privacy online, sembra la usuale delega in bianco data al potere salvifico della norma: scriviamo abbastanza leggi, articoli e commi e i problemi di cui trattano come per magia scompariranno.

Sono dati importanti quelli raccontati dal Censis perché, leggendoli in maniera non casuale, raccontano l'esatto opposto di quello che sembrerebbero dirci ad un esame superficiale. L'83 per cento dei navigatori pensa che sia pericoloso lasciare online le proprie informazioni, il 72 per cento ritiene che tali dati possano essere utilizzati per scopi commerciali, l'88 per cento pensa che Google e Facebook abbiano racconto enormi database con informazioni personali. Contemporaneamente tutti usiamo i servizi di Google e oltre 20 milioni di italiani gestiscono un profilo su Facebook. Come se non bastasse, quando si affrontano temi del genere torna sempre a galla la usuale paranoia italica sull'utilizzo della carta di credito in Rete: dieci anni di demonizzazione sui media hanno del resto saputo produrre i loro effetti.

Gli italiani, per riassumere, non fanno nulla per tutelare la propria privacy in Rete, ma interpellati al riguardi sono prodighi di consigli su norme più stringenti e mostrano di conoscere perfettamente i rischi del Grande Fratello che però scelgono di ignorare appena l'intervistatore gira l'angolo. Inoltre il grande pericoloso e infido raccoglitore di dati è ai loro occhi quasi sempre un soggetto economico: la grande azienda Internet Usa, il sistema bancario, l'hacker cattivo che ci clonerà la carta di credito. Mai o quasi mai il sistema politico al quale anzi, curiosamente, scegliamo in massa di affidarci per risolvere i nostri problemi di riservatezza. E questa forse è la curiosità delle curiosità.
Nel frattempo il mondo va avanti e sembra disinteressarsi dei moralismi sulla riservatezza dei cittadini italiani: nel corso degli ultimi giorni, per rimanere ai soggetti appena citati, Google ha annunciato una variazione dei termini di servizio che consentirà di utilizzare le nostre foto e i nostri dati nelle pubblicità dei suoi inserzionisti mentre Facebook ha sancito definitivamente l'impossibilità di essere iscritti alla propria piattaforma senza essere rintracciabili da altri utenti. Si tratta di due ennesimi passettini che vanno nella direzione solita della maggiore esposizione possibile dei dati che ciascuno di noi fornisce alle piattaforme di rete. Una tattica passo a passo che ricorda molto mia figlia quando gioca a uno-due-tre-stella. Tutto, ogni volta che giriamo la testa sembra placidamente immobile ma ogni volta il nostro avversario, se così lo vogliamo chiamare, è più vicino.

La terza notizia di questa settimana è che Mark Zuckerberg, definitivamente dismessi i panni del nerd che si disinteressa di quisquiglie come domicilio ed arredamento, ha acquistato per circa 30 milioni di dollari le quattro proprietà che confinano con la sua a Palo Alto. Come tanti italiani voleva essere sicuro che la propria privacy fosse tutelata e che i confinanti non sbirciassero in casa sua. In un mondo perfetto Mark, supremo esempio contemporaneo del predicatore che razzola male, avrebbe scelto i vicini dall'elenco "persone che potresti conoscere".

Massimo Mantellini
Manteblog